L’Occhio di Arge (di Daniele Picciuti)
Cinque minuti fa (Fabrizio)La tenebra è come il mare di notte, mi scivola sulla pelle in forma calda e vischiosa, accogliendomi nel suo invisibile abisso. Non è solo una sensazione, ma qualcosa di tangibile, che avviluppa ogni respiro, mozzandomi il fiato, soffocando questa gola riarsa dalla salsedine.
La porta davanti a me è chiusa, ne intravedo il profilo al chiarore di quella luna lontana che brilla oltre la finestra, gialla come un melone maturo.
Tocco la maniglia, abbassandola piano, e spingo avanti l’uscio.
Dentro è ancora più buio che nel corridoio.
Entro cauto, richiudendomi la porta alle spalle, poi aspetto qualche secondo, in modo che gli occhi si abituino a quella tetra assenza di luce.
Potrei cercare l’interruttore e illuminare la stanza, ma sarebbe più semplice aprire la finestra e buttarmi nel vuoto, lasciando che il mare mi accolga tra i suoi neri flutti. Forse soffrirei meno che se mi prendessero
loro.
Cerco di non pensarci, di concentrarmi su quello che sto cercando. Mi basta un coltello, una cosa qualsiasi da poter usare. Non so se Maria sia qui ora, in ogni caso devo procurarmi un’arma.
Non doveva andare così! È tutto sbagliato...
L’oscurità lentamente acquista consistenza, inizio a scindere le ombre dalle zone più chiare e la stanza assume contorni definiti. Scorgo un tavolo, delle sedie, un mobile, una seconda porta.
Mi avvicino a quella che sembra una vecchia credenza e apro qualche cassetto. Niente, nemmeno un tagliacarte. Mi dirigo verso l’uscio sul lato opposto, che dà nella cucina. Qui troverò di sicuro quello che mi serve. Prima di aprire, lo sguardo mi cade su una terza porta, nascosta dietro un angolo della parete. Al di là, un rumore di acqua corrente.
Prendo fiato e apro.
È la stanza da bagno, un lucernario lascia filtrare il chiar di luna, che illumina la vasca, dritta di fronte a me. Sulla parete, spicca in piena luce il disegno di un simbolo che ricorda delle onde chiuse dentro a un cerchio. Sotto una scritta:
L’Occhio di Arge mi vede
Acqua all’acquaSono parole oscure, pregne del male che abita questo luogo.
Mentre mi interrogo sul suo significato, gli occhi mi scivolano in basso, sulla vasca immersa nell’ombra, fuori dal cono di luce che filtra dal lucernario. C’è qualcuno disteso al suo interno, con la testa reclinata e le braccia penzoloni oltre il bordo. Il rubinetto è aperto e l’acqua è sul punto di tracimare.
È lei.
Mi avvicino con gambe tremanti, finché non crollo in ginocchio, ai piedi della vasca, nella pozza scura nata dal suo sangue. Solo allora mi rendo conto che anche il simbolo e la scritta sul muro traggono origine dal sangue. L’ha composta lei, prima di morire.
Vorrei piangere, ma le lacrime sono come congelate nei miei occhi. Come posso piangere per lei? Dopo quello che mi ha fatto? Dopo che mi ha trascinato nell’incubo...
È finita.
Guardo un’ultima volta Maria, i cui occhi sono aperti alla tenebra che l’ha accolta, e mi chiedo che senso abbia tutto questo.
Ho un rigetto, chiudo gli occhi e torno verso la porta. Non posso restare, non voglio restare!
Ma non vado oltre. Dalle scale proviene un suono di passi frettolosi e capisco che
loro saranno qui tra poco.
L’anima mi riarde in petto, l’odio per Maria è ormai viscerale. Vorrei prendere quella sua testa bellissima e affondarla nel suo stesso sangue, per affogarla.
Ma non posso. È già morta. Perduta per sempre.
Due giorni fa (Maria)Tremo all’idea di come ogni cosa possa scivolarmi dalle mani, dal cuore, per sempre. Due giorni, solo due giorni e poi spegnerò venti candeline. E poi tutto sarà diverso.
Fino ad oggi ho sempre festeggiato i miei compleanni, ma questo è un’altra cosa. La mia vita cambierà e non sarò più quella che sono adesso.
Anche se non so di preciso cosa succederà, ho la certezza di perdere quello che ho, gli amici, la famiglia, i sogni, la mia vita. Tutto svanirà e cosa ne sarà di me dopo è una domanda a cui non so dare una risposta. È come se il destino avesse disposto ad attendermi un magico e ignoto trofeo e l’unico modo per raggiungerlo fosse attraversare un mare di oscurità.
Così ho deciso di non attraversare da sola. Mi piace questa vita, amo Fabrizio e sono contenta persino della scuola, dei compagni, delle interrogazioni a sorpresa.
La vita, proprio perché è vita, mi piace. La voglio. La pretendo.
- Vuoi?
Osservo Fabrizio, che mi tende il suo cheeseburger con quell’aria scapestrata che mi ha fatto innamorare di lui, e rispondo no con la testa.
Devo dirglielo e non so da che parte cominciare.
Intorno a noi gli alberi di Villa Ada ondeggiano nella brezza della sera. Mi chiedo se sappiano sentirmi, se riescano a capire chi sono, cosa ho dentro, cosa nascondo.
C’è aria d’estate. Nonostante il sole stia tramontando al di là dei ligustri che costeggiano il viale, soffia un vento caldo che accarezza la pelle e rende piacevole starsene qui, nel verde del più bel parco di Roma. Le cornacchie ci salutano festose, volteggiando nel cielo bluastro un’ultima volta prima di ritirarsi tra le fronde, mentre da lontano giunge l’eco dell’abbaiare di un cane.
- Maria stai bene? Sembri preoccupata.
Sorrido. Un sorriso finto, amaro, non credibile.
- Fabri, ti devo parlare.
Lui annuisce, pronto ad ascoltare.
- Non qui però. Andiamo dove non ci possono sentire.
Mi guarda con aria interrogativa, poi allarga le braccia.
- Scusa? Siamo su una panchina in mezzo al niente. Chi dovrebbe sentirci?
Ha ragione. È quasi ora di cena, il cielo volge all’imbrunire e le uniche persone visibili sono un tale in tenuta da jogging che ha ancora fiato in corpo per correre e una vecchina che sta dando le briciole ai piccioni, nella piazzola che precede il cancello.
- Fabri, ho un problema. Un grosso problema.
- Dai, spara.
Sospiro, cercando le parole adatte.
- Sono... ecco, io... sono speciale.
Il suo viso s’illumina e diventa di colpo raggiante.
- Lo so, amore. Ti ho scelta per questo!
Ci mancava la battuta.
- No, non capisci. Sto parlando seriamente. La mia famiglia, da generazioni, è particolare. Abbiamo delle tradizioni molto antiche... alle quali dobbiamo sottostare. È una cosa seria.
- Che tipo di tradizioni?
- Al ventesimo anno di età, noi cambiamo.
- Tipo... diventare maggiorenni?
- No, cambiamo in senso fisico, cambiamo dentro.
Lo vedo rabbuiarsi, so che non può capire.
- I tuoi genitori mi sembrano tranquilli. Persone a posto. Che cambiamenti avrebbero subito?
Già, i miei. Ecco un altro punto interessante.
- Loro mi hanno adottato – cerco di spiegargli. – Non sanno niente di tutto questo.
Fabrizio si protende verso di me e con fare conciliante mi accarezza una guancia.
- Amore, mi dispiace, non lo sapevo...
- Ascolta – lo interrompo, – devo andar via. Secondo la tradizione devo tornare a casa per i festeggiamenti.
- A casa dove?
- È un piccolo paese sul mare, nei pressi dell’Etna, in Sicilia. Si chiama Carnissi.
- Mai sentito. Aspetta un attimo però. Tu quando hai saputo di essere stata adottata? Voglio dire, da quanto ne so non viene mai detto a chi adotta un bambino chi siano i veri genitori, perciò se non te l’hanno detto loro...
- È vero – lo interrompo. – È difficile da spiegare. È come... è come se l’avessi sempre saputo.
Dallo sguardo perso di Fabrizio capisco che non riesce a seguirmi. E come potrebbe?
- In che senso?
- Te lo spiegherò – sussurro, buttandogli le braccia al collo. – Ora dimmi solo se mi accompagnerai.
Rimane a pensare per qualche secondo, poi affonda la lingua nelle mie labbra, dandomi la risposta che volevo.
Otto ore fa (Maria)Il viaggio in auto da Roma a Carnissi non è proprio una passeggiata e la faccia sbattuta di Fabrizio, una volta a destinazione, lo dimostra. Il paese non è che una spolverata di piccole case arroccate sulla scogliera che si affaccia su una piccola insenatura, invisibile da qualsiasi lato della costa.
Mentre parcheggiamo l’auto sul ciglio della strada di fronte a un campo di girasoli, mi arriva il profumo di salsedine.
È come incontrare un ricordo, una sensazione che si ha nel cuore da sempre e che solo adesso ricompare.
- Tutto bene? – Fabrizio deve aver notato il mio sguardo assente.
- Sì, è che mi mancava questo posto.
- Vuoi dire che te lo ricordi?
Annuisco. Certo. Certo che me lo ricordo.
- Dove andiamo ora?
Gli ho detto di fermarsi davanti al piccolo bar che precede un gruppo più denso di case perché qui dovrebbe trovarsi mia madre. Almeno così era una volta, prima che nascessi.
- Vieni. – Gli faccio cenno di seguirmi ed entriamo insieme nel bar.
È uno di quei localini fatiscenti, tipici dei paesi, con le pareti ammuffite e il pavimento spaccato, mai ristrutturato, che odora di sigari e vino. Al bancone c’è un uomo grassoccio con un ciuffo di capelli scarmigliati e il naso largo che ricorda quello di un maiale.
Gli occhi, piccoli e sfuggenti, mi riconoscono.
- Buongiorno, – saluto, esibendo il mio miglior sorriso. – Sto cercando mia madre.
L’uomo fa una strana smorfia, poi gira lo sguardo su Fabrizio, fermo davanti al frigo delle bibite, indeciso come suo solito se prendersi una coca o una birra.
-
Iddu? – fa il barista, un siciliano sanguigno di quelli tosti.
- È con me.
Torna a fissarmi e nonostante a mente lucida vorrei andarmene seduta stante, il mio cuore esulta di fronte a quel modo di guardarmi, che pare volermi spogliare per abbracciare il mio vero essere.
-
ha 'gghiri p'a strata, – s’interrompe, accorgendosi che lo seguo a stento, - prosegui per la strada, fino al faro.
- Grazie! – rispondo, girando sui tacchi.
Fabrizio va verso la cassa con due lattine di coca e il portafogli in mano.
- C’è un benzinaio da queste parti? – Chiede, lasciando le monete sul bancone.
Il barista sbuffa, afferra le monete e le infila nel registratore di cassa.
- Sulla strada per il faro. Solo quello c’è, non vi potete sbagliare.
Fabrizio ringrazia e insieme usciamo dal bar.
Mentre saliamo in auto, realizzo che in questa terra spazzata dal vento non si vede anima viva.
- Che tipaccio! – bofonchia subito dopo aver avviato il motore.
- È un posto fuori dal mondo – cerco di giustificarlo. – Lo devi capire.
- Sarà... – replica, per nulla convinto, e ripartiamo.
Il faro sorge in cima alla scogliera e si affaccia su un dirupo a picco sul mare. Dalla macchina vedo la schiuma infrangersi sulla roccia e schizzare fino a quattro metri buoni di altezza. Poi la strada curva e quella visione scompare.
Dopo pochi minuti ci imbattiamo nella stazione di servizio. Per un attimo penso sia chiusa, poi notiamo un vecchio in tuta rossa seduto su una sedia con le mani incrociate sulla pancia.
Siede immobile, con l’aria di chi non abbia niente di meglio da fare che star lì seduto a bearsi della natura, e quando ci fermiamo di fronte alla pompa di benzina, quasi non alza la testa.
Fabrizio scende e saluta l’uomo con un cenno della mano, senza ottenere risposta.
- Signore?
Il vecchio alza svogliatamente lo sguardo.
- Dovrei fare il pieno. – Fabrizio indica la macchina. – Potrebbe…
-
Nenti… – rantola il vecchio e mi sorprendo di riuscire a sentirlo nonostante sia rimasta in auto, a una decina di metri di distanza, –
nenti… non c’è più benzina, sto aspettando il camion.
- Il camion? Vuol dire l’autocisterna?
Il vecchio fa sì con la testa.
- E tra quanto pensa che arrivi?
L’uomo alza le spalle, fissando il vuoto come se racchiudesse tutte le risposte.
Fabrizio torna alla macchina e si ferma al mio finestrino.
- Che gente strana – mormora, inquieto. – Dice che non ha benzina, ma un camion dovrebbe arrivare a rifornirlo.
- Possiamo tornare domani – gli dico, notando la sua ansia.
- È che siamo quasi a secco. Era meglio fare il pieno prima di lasciare l’autostrada.
- Non vorrai aspettare qui?
Se lo conosco, dirà di sì.
- Ti dispiace? Almeno ci togliamo il pensiero.
- Beh, ma se non arriva? Se arriva fra due ore? Mi stanno aspettando.
Sono riuscita a mandare i suoi nervi nel panico e dal suo modo di fare capisco che non sa come sbrogliarsi.
- Accompagnami – suggerisco. – Mi lasci al faro e torni qui.
- Sei sicura? Non so se mi va di lasciarti sola.
- Figurati, – sorrido, – che vuoi che mi succeda?
Sei ore fa (Fabrizio)Maria è bellissima e credo sappia di esserlo. E’ sua abitudine giocare su questo fatto per ottenere ciò che vuole e so di essere una facile preda per lei. Non mi ritengo una cima di astuzia, ma so quali sono i miei limiti. Non saper dirle di no è forse il più grande.
Mentre la osservo dallo specchietto, mi chiedo perché sia rimasta vaga su tutta la storia della sua famiglia. È chiaro che c’è qualcosa di grosso che ancora non mi ha detto, ma non riesco a immaginare di cosa si tratti.
Possiamo parlare di tutto, dei film di Tarantino, di che fine hanno fatto i Litfiba, di che razza di colore sia l’indaco, di come sia assurdo essere vegetariani e indossare scarpe di pelle e via dicendo, ma quando si tratta di lei, allora si alza un muro tra noi. Stavolta credevo che avrei saputo di più, che si sarebbe aperta, ma è accaduto ancora qualcosa, temo. E di nuovo si è allontanata da me.
Rallento, per accertarmi che qualcuno le apra, poi intravedo una figura di donna sulla porta e lei che la abbraccia.
Pochi secondi e sono entrambe scomparse all’interno.
Mentre mi allontano, mi rendo conto di quanto sia imponente il faro. È una costruzione antica in pietra lavica, che si erge per almeno quaranta metri verso il cielo.
Dopo l’ennesima curva ecco comparire la stazione di servizio.
Non c’è traccia del camion e dubito che abbia avuto il tempo di arrivare, rifornirla e ripartire.
Mentre fermo la macchina accanto alla pompa di benzina, scopro che il vecchio non è più dove l’avevo lasciato.
Scendo e mi sgranchisco un po’.
Mi fermo con la faccia contro il vento. Laggiù il campo di girasoli si perde fino al limitare della pianura; al di là c’è il dirupo a strapiombo sul mare. La strada si dipana come un serpentone tra i campi e si perde dietro una collina oltre la quale sorge il paese.
In cielo il verso di un gabbiano saluta il sole che volge al tramonto.
Dov’è finito il vecchio?
Mi dirigo verso un basso locale dove sono esposti alcuni prodotti per l’auto, ma una volta dentro lo scopro deserto.
- Signore? – chiamo, senza ottenere risposta.
Immagino che potrebbe essere in bagno, così cerco una qualsiasi porta, senza trovarne.
Esco di nuovo.
Vedo il vecchio.
È immobile, in piedi accanto alla mia macchina a scrutarne l’interno.
Faccio per chiamarlo, ma un campanello d’allarme mi blocca. Avanzo dalla sua parte in silenzio, misurando i passi, finché qualcosa mi pianta lì sull’asfalto.
Il vecchio. La tuta rossa. Il movimento sotto la stoffa, un’increspatura che gli scorre addosso come un’onda sulla superficie piatta del mare.
Sono fermo accanto al distributore e tutto ciò che riesco a fare è mugolare come se avessi un bavaglio sulla bocca.
Il vecchio si gira, mi fissa sorpreso, quindi esibisce un sorriso che farebbe impallidire un teschio.
Viene dalla mia parte e dalla sua tuta scivola fuori
qualcosa, un’escrescenza viscida e limacciosa, che si attorciglia attorno alle sue caviglie, accompagnando i passi lenti e storti dalla zoppia.
- Fermo! – Quasi urlo, incapace di togliere gli occhi da quelle
cose che ora si agitano, spazzando l’asfalto attorno ai suoi piedi.
Mi guardo attorno, in cerca di un’arma con cui difendermi. Sì, perché
devo difendermi.
D’istinto afferro la pistola della pompa di benzina, tiro il grilletto ma non esce niente.
Il pulsante! La mia mente lavora veloce. Premo il bottone rosso sul distributore, più e più volte, poi premo il grilletto e un getto di benzina fuoriesce dalla canna, inondando la piazzola.
Il vecchio muta espressione. Il sorriso si trasforma in un’orribile smorfia di disappunto e la sua andatura aumenta, mentre i
tentacoli attaccano a dimenarsi furibondi, proiettandosi fuori dai calzoni come funi lanciate da una barca all’approdo.
Butto a terra la pompa e tirò fuori un accendino dalla tasca. Non fumo, ma per la prima volta ringrazio Maria che lo faccia.
- No! sei pazzo? – Il vecchio strabuzza gli occhi, l’espressione arcigna, una voce arrochita dalla tosse.
Tiro fuori dalla tasca un pacchetto di fazzoletti e ne estraggo uno, avvicinandogli la fiammella accesa. Appena prende, lo lascio cadere sulla pozza scura.
Il fuoco divampa e le mie gambe scattano, correndo folli sull’asfalto, il più lontano possibile. Quando la stazione di servizio esplode, il boato è assordante, mi falcia ancor prima dello spostamento d’aria, e finisco ruzzoloni in mezzo all’erba, piangendo.
Quando tiro su la testa, scorgo la mia macchina che brucia assieme a tutto il resto, scoppiettando tra fiamme alte e incandescenti.
Il vecchio è laggiù, riarso dalle fiamme, che si allontana dall’incendio senza emettere un fiato.
Poi una seconda esplosione dilania l’aria e lui arranca per qualche altro metro, finché non crolla al suolo, in mezzo alla carreggiata, consumato dal fuoco.
Un mostro. Un maledetto mostro...
- Che cosa hai fatto?
La voce mi fa trasalire, mi giro e quello che si para a un passo dal mio naso è un faccione da maiale dagli occhi piccoli e scaltri, che mi osserva collerico. È il barista, lo so, ma non è
esattamente lui.
Innanzitutto è enorme, molto più alto e largo di come lo ricordo, tanto che i vestiti che indossa gli vanno stretti e in alcuni punti si sono strappati. La testa è immane, un ovale flaccido e molle dentro cui spiccano come bottoni neri e lucidi i suoi occhi infidi.
- Non dovevi venire qui.
La sua mano si muove verso di me, un’escrescenza molle simile a un tentacolo, con cinque dita flosce, come se fossero prive di ossatura, e il cuore mi balza in gola.
Scatto in piedi e lo colpisco, un calcio ben assestato in mezzo alle gambe.
Non si piega come mi sarei aspettato, ma il suo stupore mi dà il tempo di scappare.
Corro sulla strada in salita, andando incontro al crepuscolo, verso la colonna nera che si staglia minacciosa in cima alla scogliera, pensando solo a Maria, a questo posto folle e impossibile, alla storia della sua famiglia che non mi ha mai raccontato, al segreto che nasconde e che ora dovrà dirmi... o giuro che potrei... potrei fare...
Mi fermo, buttandomi in ginocchio sull’asfalto, travolto da un grido dentro che mi divelle il cuore.
Ti potrei uccidere cazzo. Piango, avvinto su me stesso.
Mostri. Siete dei mostri, tutti. Tutti!Quattro ora fa (Maria)Non avrei mai voluto trascinare Fabrizio in tutto questo. Come spiegargli che la mia coscienza è diversa dalla sua? Come fargli capire che fin dalla nascita io ho sempre saputo chi ero e da dove venivo? E che sapevo di dover tornare qui per il mio ventesimo compleanno?
Come fargli assimilare ciò che per me è naturale, ma che per lui, un ragazzo comune, non sarebbe mai stato altro che follia pura?
Solo vedendo, ascoltando, vivendo.
Con quest’idea in mente l’ho condotto qui, affinché potesse capire chi sono, chi sono davvero.
Ma è stato un errore.
Per questo ho voluto lasciarlo indietro, per salvarlo da ciò che non potrebbe comprendere.
Ma forse è stato un altro sbaglio.
Fabrizio è cresciuto pensando alle donne come creature da proteggere e agli uomini come cavalieri senza macchia. Perciò so quanto gli sia costato lasciarmi da sola in un posto a lui così estraneo. Ho letto il suo sguardo, ho sentito la sua esitazione. Per Farbizio è stato come rinnegare ciò che è, o ciò che aspira ad essere.
Ma ha ragione mia madre. L’amore tra specie così diverse non può esistere. Mi ha sgridato, quando ha saputo cosa ho fatto, e mi ha messo in guardia. I segreti di famiglia devono restare tali. Nessuno deve scoprire chi siamo veramente. Nessuno.
-
Figghia mea, l'occhiu di Argi ni talìa a tutti – sta dicendo mia madre, seduta al tavolo con la testa fra le mani, - ci vede,
‘u capisti? Nun putemu arrischiari ca u munnu veni a sapiri ca esisti. - Scusa, mamma. – Sto piangendo, la consapevolezza di ciò che ho fatto mi dilania. – Ti prego, perdonami. Credevo... io lo amo, credevo...
I grandi occhi si dilatano e due pupille grandi e grigie mi ammantano con la loro dolcezza.
Si alza e viene ad abbracciarmi. Ricambio la stretta, anche se so di non poter recepire appieno il suo calore. Finché non avrò compiuto il Rito, non potrò essere come lei, non potrò fondermi col suo essere e conoscere la verità sulla nostra esistenza.
Acqua all’acqua, è il mio destino.
Arge reclama il mio corpo e lo avrà, così questo dolore che ho dentro potrà attenuarsi fino a svanire.
-
Stanotti – sussurra lei, baciandomi una guancia con le labbra molli, –
stanotti addiventi una di nuiautri.Un sorriso caldo si delinea sul suo volto, quindi si alza, va fino alla credenza e apre uno sportello. Armeggia un po’ all’interno, poi torna da me con un grosso libro tra le mani.
Lo sistema con cura sul tavolo e torna a sedersi raggiante.
Non è un libro. È un album. Sulla copertina è incollata l’effige in ferro raffigurante un cerchio con delle onde nel mezzo.
Lo apro e la prima immagine che mi appare davanti non è una foto, come mi sarei aspettata, ma un ritratto in cui sono tratteggiate quattro figure stilizzate: un uomo e una donna con indosso lunghe vesti cerimoniali e due bambini mano nella mano. Alle loro spalle una nave.
Purtroppo non faccio in tempo a vedere altro.
La porta si spalanca di colpo e Fabrizio compare sulla soglia.
Ha il fiato corto ed è sconvolto, glielo leggo in faccia; appena vede me e mia madre,
mia madre soprattutto, urla e afferra la prima cosa che trova, una padella, scagliandosi contro di lei furibondo.
- Fabrizio, no!
Non riesco a fermarlo. Raggiunge mia madre e la colpisce in pieno volto. Gli occhi le schizzano dalle orbite e un orecchio vola in aria, ricadendo sul tavolo proprio di fronte a me.
Fabrizio continua a colpirla, cieco di rabbia, finché non la riduce a un mucchio gelatinoso e inerte ammassato sul pavimento.
Resto a guardare quella cosa,
mia madre, senza capire bene cosa sia successo. Guardo Fabrizio, quello che per me è
il mio amore, e sento di odiarlo più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Lui mi afferra e mi trascina via.
- Corri! Presto!
Mi dimeno e riesco a sottrarmi alla sua stretta.
- No! – grido, in lacrime. – Era mia madre! Lei era mia madre!
Fabrizio mi fissa allucinato. No, non può capire.
- Hai ucciso la mia mamma...
-
Quel mostro?L’astio mi divora. Mi guardo intorno, cercando una qualsiasi arma da usare contro di lui, ma un lampo nella mente mi rivela che non è questo che devo fare. Spingo via Fabrizio e corro verso le scale che portano su, dove
l’Occhio di Arge riposa.
La corsa è frenetica e la rampa sembra interminabile. Mille occhi brillano nel buio al sicuro nelle loro ragnatele o in tane piccole e buie, nascoste nelle crepe della pietra. L’odore di legno marcio mi penetra nelle narici riportando alla mia mente l’eco di un passato che non ho vissuto, ma che so appartenermi. Questo posto, questa gente, il mare che mugghia contro la scogliera, l’essenza del faro e di ciò che esso nasconde, tutto m’infervora, donandomi nuova linfa.
Sento Fabrizio dietro di me che ansima, ma non cedo, so di essere più agile di lui.
Le scale finiscono e mi getto sulla porta che dà accesso alla sala del faro. Apro e richiudo, sprangando l’uscio con una sbarra di legno.
La stanza è grande, circolare, delimitata da una vetrata senza fine, che si affaccia sul mare.
Al centro sorge un piedistallo, sopra il quale fluttua immobile
l’Occhio di Arge, una sfera fatta di tenebra in continuo movimento, attraversata da scariche elettriche violacee, che gira su stessa, ottenebrando i miei sensi come se plasmasse attorno a me le mura del faro e ne facesse la mia culla.
Vengo colta da una vertigine, sbando e per un momento temo di cadere, ma qualcosa mi sorregge, una forza che irradia dalla sfera fino a me, tessendo sul mio corpo fili invisibili in grado di sostenermi e guidarmi.
Mi avvicino all’
Occhio e allungo una mano per toccarlo.
L’uscio vibra e Farbizio inizia a colpirlo con crescente cattiveria, gridando il mio nome, piangendo e maledicendomi.
Le mie dita sfiorano il nero e mi sento pervadere da un’emozione intensa, che mi afferra l’anima e la divora con la paura, l’odio e la disperazione di questo sporco mondo.
L’occhio si apre,
mi vede e sento la carezza gelida di quello sguardo dapprima sfiorarmi, fino a penetrarmi in fondo all’anima con veemenza. E’ così che
l’Occhio assorbe energia, guardando le atrocità del mondo e nutrendosene per mantenersi vivo.
Arge, dagli abissi marini nei quali giace, ci osserva e ci protegge, per mantenere integro il segreto della mia gente. E’ un attimo che non riesco a fermare, seguito da una raffica di immagini sparate dritte nella mia testa: volti di genti prostrate di fronte a una grande statua di marmo raffigurante un uomo con un solo occhio, vivo, che pulsa di una luce oscura; voci che intonano una litania che non comprendo ma che riesce a farmi sentire parte di qualcosa; una vasca grandiosa, scolpita all’interno di quello che so essere un tempio; una grande sala costellata di simboli e raffigurazioni di uomini e donne immersi nell’acqua; e poi ancora cori e canti e preghiere e...
Mi ritraggo, gemendo da quella moltitudine di sensazioni che mi ha storpiato dentro... e so di aver sbagliato, ancora una volta.
Vacillo, allontanandomi dall’
Occhio, e chino la testa in segno di scuse, come se potesse davvero vedermi. E giudicarmi.
Non dovevo venire qui, il Rito è stanotte, non adesso. Quello che ho fatto è male, anche se ora so che l’unico modo per liberarmi di Fabrizio, una volta per tutte, è fare il mio dovere.
Nient’altro.
L’uscio smette di vibrare. Non si aprirà mai e Fabrizio deve averlo capito.
Sento i suoi passi ridiscendere le scale, poi più nulla.
Due ore fa (Fabrizio)Sotto di me il mare urla contro la scogliera esplodendo la sua rabbia, poi si ritira nella risacca, soffocando in silenzio il proprio odio.
Così mi sento io, in questo momento.
Mi siedo nell’erba e butto avanti a me l’album che ho trovato al faro.
Maria lo stava leggendo quando sono entrato. Se non posso avere lei, almeno avrò il suo segreto.
Inizio a sfogliarlo e non mi capacito delle raffigurazioni che si succedono pagina dopo pagina: mostri con un solo occhio, genti prostrate dinanzi ad essi come se fossero Dèi, vasche in cui si immergono uomini e donne di giovane età, scritte che non comprendo ma che ricordano l’alfabeto greco, e poi quel simbolo, su quasi tutte le rappresentazioni, il cerchio con le onde. E’ come se avessi tra le mani una sorta di libro sacro, confezionato come un album di famiglia. Allora capisco. E’ la storia di questa gente, di questi mostri.
Richiudo l’album e rimango seduto a ciondolare nel buio.
Maria è un mostro, un mostro come tutti in questo paese vomitato dall’inferno. Che sia maledetta!
E ora che faccio? Potrei scappare, trovare un passaggio per una stazione e andarmene via in treno, tornare a Roma e scordarmi tutto. Scordare lei. Scordare questo luogo di dannazione.
Oppure posso tornare al faro, cercarla e portarla via a forza, per il suo bene, per salvarla.
O potrei ucciderla. Ancora questo pensiero... assurdo e terribile, come tutto qui del resto.
È strano, il cavaliere senza macchia che è in me ha improvvisamente voglia di macchiarsi. E fare giustizia.
Tiro l’ultima boccata dalla mia sigaretta, poi la getto nel vuoto, giù dalla scogliera.
Bene. Ho deciso.
Mi rialzo, quindi torno sui miei passi e risalgo verso il faro.
Adesso (Fabrizio)La porta si spalanca e in bagno irrompono nere figure grasse e mollicce. Non so quanti siano, ho i sensi offuscati e non riesco a contarli, ma so che sono molti.
Parlano tra loro, nella mia lingua, ma ugualmente non raccolgo il significato delle parole.
Mi sento debole e l’acqua è gelata.
Stringo forte a me il corpo esanime di Maria e grido a me stesso che la amo, che non posso stare senza di lei. I tagli che mi sono inferto ai polsi mi bruciano, ma l’acqua lava via anche il dolore.
Ho deciso che così deve essere, che voglio condividere la sua stessa sorte.
La odio, ma la amo anche. Ho ucciso sua madre e non so come altro fare per chiederle perdono.
È morta. Morta. Morta.
Chiudo gli occhi, ma molte braccia mi afferrano, sollevandomi dall’acqua. Provo a scalciare, a strattonare, ma sono talmente debole che tutto ciò che riesco a fare è fremere.
Mi tirano fuori dalla vasca, qualcuno mi abbraccia e il contatto con quella pelle molle mi ridà calore. Tossisco, vomitando qualcosa di dolce e ferroso, poi il buio pare come accendersi di una gradazione violacea e Maria si alza dall’acqua, nuda e bellissima.
Mentre la guardo, noto che la sua pelle perde solidità, solo un momento, per poi tornare a stendersi.
Cerco di parlare, ma non riesco.
I suoi occhi mi fissano senza vedermi.
- Calmo,
figghiu meu. Calmo.
A parlare è una donna e quando entra nell’aura viola che permea l’aria, riconosco la figura gelatinosa che Maria chiamava mamma.
- Ma lei... lei è...
- Morta?
Questo è il barista, la sua voce non me la scordo.
Mi giro verso di lui e scopro che alle sue spalle, assieme ad altre quattro o cinque figure, c’è il vecchio della pompa di benzina.
- Anche lui è morto... – sussurro, mentre mi sospingono via, fuori dalla stanza da bagno.
- È tutto a posto, – fa il barista, dandomi un’amichevole pacca sulla schiena. – Mia figlia deve riposare ora. Il Rito si è compiuto, ha bisogno di dormire.
- S-sua... sua figlia? Q-quale rito?
- Vieni, usciamo. – Il padre di Maria mi accompagna alle scale. – C’è qualcosa di cui dobbiamo parlare.
Un campanello d’allarme risuona nella mia testa. So cosa vuole dire, so troppe cose e non può lasciarmi in vita. Mi ucciderà, farà sparire il mio corpo, mi getterà giù dalla scogliera e di me nessuno saprà mai più niente...
- Ora sei uno di noi.
Quelle parole mi gelano.
Mi invita a scendere e decido di assecondarlo. Quando alla fine usciamo all’aperto, la brezza e la salsedine mi investono e il suono delle risa dei pescatori giunge fino a me dal mare.
Solo che non ci sono pescatori né barche, da nessuna parte.
Scruto il mare e laggiù, nel buio della notte, intravedo un peschereccio, due uomini sbronzi con le lattine di birra in mano, una rete piena di pesci, la lampara accesa e un gabbiano che vola circolare su di loro, aspettando il momento buono per fiondarsi su qualche merluzzo lasciato incustodito.
Annuso l'aria e il vento porta fino a me il puzzo di alito di birra.
È tutto così vivido!
- Ti sei immerso nella fonte della Rinascita, – fa il barista, alle mie spalle. – Il tuo sangue si è mischiato con quello di Maria, l’acqua che ha lavato la sua pelle ha bagnato la tua. Ora siete uguali,
'u capisti?Fisso la tenebra sul mare e capisco ogni cosa che dice. Oscure immagini mi attraversano la mente, vedo il passato di questa gente, la mia famiglia, la storia di quel paesino sperduto, il Rito della Rinascita perpetuato in secoli e secoli di vita, giunto a Carnissi attraverso la migrazione dei popoli dell’est centinaia di anni prima, quando il mondo era in mano agli Elleni e il nome di Arge, Ciclope figlio di Urano e Gea, era ben più di una leggenda.
- Vieni. Voltati,
figghiu meu.
L’Occhio di Arge ti vede.
Edited by Daniele_QM - 3/6/2009, 14:34