Certificato di morte
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Certificato di morte

di Stefano Valbonesi - Genere: ? - 9855 battute

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  1. avva_necate
     
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    Dato che questa è un'edizione speciale, mi presento con un lavoro strano per me. Non è horror o simili. L'ho tenuto a riposo nel cassetto da qualche mese, e già era passato sotto gli occhi attenti di alcuni fidati lettori. Ci ho rimesso mano e l'ho modificato, perché come lavoro è strano per me e non so cos'è... forse una non-storia. Buona lettura!

    Certificato di morte

    Ho quasi voglia di piangere. Il sudore mi sta mangiando la pelle, scava la carne e riga le ossa giù fino alle dita dei piedi. Ho le mani gonfie e unte, nemmeno le avessi lasciate a macerare in un bagno d’olio.
    Alessia è appoggiata alla mia spalla, i capelli incollati sulla fronte. La sua pelle delicata non regge l’afa e chiazze rosse le esplodono in faccia.
    — Allora, quale numero facciamo? — mi chiede.
    Giro la confezione di patatine fra le dita e cerco di concentrarmi. Le abbiamo comprate in un negozio di alimentari buio come una caverna. Poi siamo andati in piazza e ci siamo appollaiati su una panchina all’ombra di una quercia. Ci riempivamo la bocca di paprika ed esaltatori di sapidità, fissando i vecchi in canottiera, che stavano come un esercito nemico ai tavolini del bar. Per la strada sfrecciavano auto piene di famiglie, comitive di amici, sciami di urla e risate, tutti diretti al mare.
    Le scritte sono piccole, mi sfuggono. Il sole ha allagato il cielo, ogni atomo di ossigeno brucia e spara luce. C’è tutta una lista di numeri sotto la scritta ‘assistenza clienti’, uno per ogni nazione. Assistenza clienti per patatine, non ci posso credere.
    — Intanto andiamo alla cabina — mi dice Alessia, e scuote la mano che stringe pochi spicci. Sento una zaffata di puzza che sale dal suo corpo. Mi fa schifo.
    Non dovrei dirlo, perché è la mia ragazza, ma più la guardo più m’infastidisce: gira con i pantaloni vecchi e sdruciti, le scarpe sempre sul punto di rompersi e parla come se tutto andasse bene.
    Scaccio questi pensieri e metto a fuoco i numeri. Intorno non c’è un cazzo, solo le strade che bollono. Sono convinto che nel giro di un’ora l’asfalto si scioglierà, diventerà marmellata nera e colerà giù verso la costa, dove sbatte un mare simile a una lastra opaca.
    Muri crepati che circondano giardini bruciati. Case vecchie con l’intonaco a pezzi, panni stesi, ma neppure una faccia che si avventuri in questo pomeriggio d’agosto.
    È difficile respirare, ma non è solo colpa del caldo. C’è qualcosa di sbagliato nella mia testa, un sasso che sbatte contro i pensieri ogni minuto, una specie di lumaca che striscia sotto al cuore e lascia una bava di angoscia. Forse mi sta per venire un ictus.
    Attraversiamo la strada, ho paura che le suole di Alessia possano rimanere incollate all’asfalto. Lontano sento il rombo di un’auto, l’ultimo pugno di vivi che abbandona questo scenario.
    Entriamo nella cabina, a me pare una specie di bara di metallo appoggiata verticalmente. L’apparecchio è tutto sporco, coperto di cicche e scritte, ma funziona. Alessia punta un dito sulla confezione.
    — Facciamo la Finlandia — mi dice con un po’ di affanno.
    Sì, la Finlandia. Ripesco dalla memoria immagini viste alla TV: boschi, laghi, neve e teste bionde. Potrebbero essere le immagini di un posto qualsiasi, ma per me è la Finlandia e va bene così.
    Scommetto che là non c’è caldo, non ci sono ragazze che sembrano maiali né stronzi come me.
    — Magari andarci, in Finlandia! — dico.
    — Ci andremo! — mi dice Alessia, mentre mi passa gli spicci e sorride. — Quando ci andrà un po’ meglio e avremo da spendere.
    La guardo come se fosse un pagliaccio che prende per il culo il morto durante il suo funerale. Eppure dire cazzate, magari crederci, è una delle poche cose che ci sono rimaste. Valuto l’abisso che c’è tra un viaggio di piacere in Finlandia e i nostri debiti con il supermercato. Incalcolabile. Ma anche il miraggio di uscire dal buco in cui viviamo è a una distanza che non riusciremo mai a coprire.
    Perché Alessia sta con me?
    Torna a galla il giorno in cui ci siamo incontrati, mi sembra di vedere i baci di due sconosciuti. Poi tornano le cazzate che abbiamo sparato per anni, cose che noi chiamavamo futuro. Cinque anni fa eravamo sicuri che presto avremmo vissuto lontano da qui, con un lavoro qualsiasi che ci avrebbe almeno permesso di credere nei nostri progetti.
    Previsione sbagliata.
    Un riflusso di bile sale e mi scoppia in petto, sento l’acido intridere i polmoni.
    — Ti amo — le dico. Lei mi guarda dapprima stupita, poi abbassa gli occhi, quasi imbarazzata. So di averle fatto piacere, eppure le parole suonano strane, come una condanna.
    Anch’io puzzo, in realtà.
    Infilo le monete e faccio il numero. Ci mettiamo tutti e due con l’orecchio al ricevitore. Per un po’ la linea rimane muta, quasi facesse fatica a collegarsi a un numero così lontano, poi finalmente arriva il segnale di libero, soffice come passi sulla moquette.
    Avverto un brivido, del resto non è da tutti telefonare in Finlandia per simulare un problema con un pacchetto di patatine. E un istante dopo questo pensiero mi si mette di traverso in gola. Guardo fuori della cabina, la vista si appanna; forse è il caldo, eppure mi pare che gli edifici siano percorsi da un tremito, una specie di convulsione, come se la città fosse disegnata sulla coda di un enorme pesce in agonia sulla spiaggia.
    Una voce di donna anima il ricevitore. Arrivano dei suoni incomprensibili. Immagino sia finlandese. C’è silenzio per qualche secondo, poi la voce torna, ripete le stesse parole.
    — Ehi — dico con il tono più serio possibile — abbiamo trovato un topo nel sacchetto di patatine.
    Alessia si mette una mano davanti alla bocca, stringe gli occhi e soffoca una risata. Dall’altro capo del telefono la donna emette altri suoni.
    — Sì, signora, ha capito bene, un topo.
    L’operatrice non riattacca e continua a rispondere in tono gentile. Passa dal finlandese all’inglese con tale scioltezza, che ci metto un po’ a capire che mi sta parlando in un’altra lingua. Non afferro il senso completo del discorso, ma mi dice che la nostra chiamata proviene dall’Italia e vuole sapere perché abbiamo chiamato proprio quel numero di assistenza.
    Il numero telefonico di questa cabina di merda compare su qualche display, su in Finlandia. Non so perché, ma la cosa mi fa incazzare. Che cosa le rispondo? Non mi viene in mente niente. Alessia mi fa l’occhiolino, forse ha avuto un’idea. Le passo la cornetta e lei comincia a parlare in inglese. Se la cava bene, a differenza di me.
    Le sta dicendo che siamo due turisti italiani appena tornati da un soggiorno in Finlandia, e che abbiamo riportato a casa un pacco maxi di patatine comprate in un negozio della capitale. Le spiega che abbiamo aperto la confezione solo ora, e dentro ci abbiamo trovato un topo morto. Abbiamo telefonato a quel numero perché le patatine erano state vendute a Helsinki, e forse la ditta produttrice potrebbe aver messo in circolazione qualche altro topo imbustato.
    La telefonista abbocca. Ha un tono quasi costernato, chiede il nome del negozio dove abbiamo acquistato le patatine, e altri dettagli sullo spiacevole accaduto.
    Alessia risponde con sicurezza e parte un dialogo che fatico a seguire. Poco dopo mi limito soltanto ad ascoltare la voce della telefonista, chiara e cristallina. Mi faccio l’idea di una bella ragazza, alta e dai lunghi capelli biondi, un viso appena spigoloso e con uno sguardo intelligente: il solito cartonato di donna nordeuropea piantato negli occhi degli ignoranti come me, che se non l’avessero letto su un libro che la terra non è piatta… Ma deve avere molti amici, ne sono sicuro, e quando stacca non sta certo a guardarsi i piedi buttata sul divano di casa perché non ha dove andare. Buongiorno, signorina Occhi di Lago. Vogliamo uscire insieme? Potremmo fare il giro dei locali di Helsinki, bere qualcosa. Non è un’idea così malvagia, mi pare.
    All’improvviso il mio orecchio riesce a cogliere qualche parola. I’m sorry o qualcosa del genere. Scuse che provengono dall’altro capo del telefono.
    Di fronte alla mortificazione della Finlandia m’intrometto.
    — Cazzo — urlo — ma non capisci che siamo due stronzi che ti stanno facendo uno scherzo?
    Proprio in quel momento cade la linea.
    Alessia ride, ma non di gusto. È come se la risata fosse frenata, come se dipendesse da una specie di febbre, e lei cercasse di controllarla. Be’, forse è stata la mia battuta finale a rovinarle il divertimento, del resto si era calata bene nella parte della turista contenta che gira per Helsinki. In ogni modo, cerco di rimediare alla mia uscita e sopperisco alla sua mezza delusione con una risata.
    — Chissà — aggiungo — vuoi vedere che magari abbiamo dato un senso alla vita di quella sfigata che risponde al telefono? Sta lì per raccogliere le lamentele sulle patatine! Ti rendi conto?
    Usciamo dalla bara telefonica, facciamo commenti e cerchiamo d’immaginare l’espressione della finlandese alle nostre battute, a cosa deve aver pensato; ma a cento metri dalla cabina ci accorgiamo che in realtà non abbiamo più nulla da dire. Il divertimento è evaporato, magari stasera riuscirò a infilare un altro paio di battute di fronte alla televisione.
    Abbiamo fatto la cosa strana, quella da buttare nel cassetto con l’etichetta “estate”.
    2001? 2002? 2007?
    Non lo so, i numeri non li ho mai capiti. Sono sempre gli stessi segni, ma scambiati di posto.
    Cerco in tasca delle monete per comperare delle bibite, ma non ho nulla. Andremo a bere in piazza e poi all’ombra di una panchina. Fontana e ombra, ombra e fontana.
    Le rotte dei cani.
    Dei numeri.
    Non c’è nessuno, siamo solo noi due e la città. Non sento neppure i rumori del mare. Solo qualche cicala che gratta e gratta.
    Ripenso alla sensazione di poco prima, il tremolio che ho visto sulle case. Il grande pesce con la città disegnata sulla coda non si muove più. Deve essere crepato, alla fine.
    Ho la sensazione fisica che ogni cosa sia al proprio posto, che ogni auto parcheggiata, ogni portone chiuso o aperto, ogni palazzo siano al posto giusto nel momento giusto, in modo da comporre un quadro preciso, un portento che io devo osservare. Peccato che non so di cosa stia parlando.
    — Lo sai che siamo morti? — mi dice Alessia. La sua voce si stacca appena da un respiro rantolante, è come la mano di un amico che ti saluta prima di uscire per sempre dalla tua vita.
    — In che senso? — Fisso con paura la sua faccia, cera fusa senza espressione.
    — Nell’unico senso possibile.
    Rimango in silenzio, sospeso dietro a quelle parole sussurrate, sotto un cielo vuoto. A dire il vero non sento neppure battere il mio cuore. Ho solo voglia di sedermi da qualche parte, addormentarmi e non svegliarmi più.
    — Che facciamo, ora? — mi chiede.
    La guardo con gli occhi spalancati, allungo un braccio verso di lei e mi permetto di tirare le labbra in un sorriso. Lei mi sorride di rimando, sono solo muscoli che si muovono in risposta a uno stimolo nervoso. Sappiamo tutti e due cos’è successo, in realtà. Sono sicuro che anche lei vorrebbe piangere, ma non ci riesce.
    — Andiamo — le dico.
    Ci prendiamo per mano, come facevamo tanti anni prima, quando eravamo di un altro mondo. Torniamo in piazza, questa volta morti per sempre.

    FINE

    Ciao ciaooo,
    Stefano

    Edited by avva_necate - 11/9/2008, 22:29
     
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